Piazza Vittorio, Roma: il debutto di Archeologhe che (r)esistono

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Siamo su questo palco, ma noi non esistiamo.

Studiamo sette anni tra laurea e specializzazione in università statali; lavoriamo coperte da contratti fasulli e degradanti, spesso per grandi aziende pubbliche; paghiamo regolarmente le tasse e lavoriamo ogni giorno nei cantieri urbani e nei grandi scavi scientifici, ma per lo Stato la nostra professione, semplicemente, non esiste.

Forse perché noi non portiamo in salvo l’antico vaso, non allineiamo le piramidi di Giza per aprire passaggi dimensionali per gli extraterrestri, non ci lanciamo con le liane per espugnare il tempio maledetto o recuperare il sacro Graal.

Noi abbiamo scelto di studiare e interpretare il passato per restituirlo al presente e al futuro di chi ci sarà dopo di noi, facendo proprio quel patrimonio di conoscenze che insegna a leggere e ricomporre, attraverso gli oggetti e i frammenti, i modi in cui uomini e donne di volta in volta hanno risolto insieme la loro esistenza.

Altre donne, le nostre madri, hanno lottato perché potessimo crescere pienamente consapevoli del nostro potenziale e prendere qualsiasi strada desiderassimo.. anche quella polverosa e disseminata di cocci che percorriamo.

Ma se un’archeologa, oggi, sceglie di aprire un nuovo scenario sul futuro e diventare madre rischia di decadere immediatamente dal suo ruolo: senza diritti alla maternità, nessuna assistenza, altissima probabilità di non tornare mai più in cantiere dopo il parto e difficoltoso (se non impossibile) riposizionamento sul mercato del lavoro.

Rimettiamo al mondo il passato ma non ci è permesso dare vita ai bambini, al futuro.

Noi siamo Astrid, Giovanna, Margherita, Paola, Giuseppina, Laura, Ada, Ilenia, Livia, Sabrina, Michela, Lidia.. e migliaia di altre. E non esistiamo.

(Testo dell’intervento per la manifestazione

RIMETTIAMO AL MONDO L’ITALIA – 8 marzo 2011

Roma, piazza Vittorio Emanuele II

8 marzo 2011)

 

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