Archivio mensile:gennaio 2012

Le merende culturali, Carmen Motolese e i ragazzi del rione Tamburi di Taranto

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Alla periferia di Taranto, nel rione Tamburi, il colore predominante è il rosso.
Quello di una polvere granulosa soffiata nell’aria dagli sbuffi degli altoforni dell’Ilva, che si posa ovunque su guardrail, balconi, abiti stesi ad asciugare in quest’area a nord del ponte di pietra. Luccica al sole e, quando piove, tinge e trasforma le pozzanghere in sangue vivo e denso. Entra nei polmoni senza farsi sentire, e li devasta.

I palazzi sono cresciuti un po’ a caso, come pedine sparpagliate su una scacchiera in saliscendi e molti meriterebbero almeno una ripassata di vernice. Non ci sono parchi e giardini, in parte perché la cultura dell’area verde nella città tra i due mari non c’è; e in parte perché le piante resisterebbero poco all’assalto dei fumi nocivi, come dimostrano impietosamente i campi di sterpaglie che circondano il quartiere.

Carmen abita in una zona residenziale vicina al mare, 13 chilometri ad est da qui.
Per ventidue anni ha attraversato la città ogni giorno per insegnare arte in una scuola del rione: ne conosce bene il tessuto e le dinamiche e la sua cattedra è un luogo d’ascolto da cui intercettare disagi e necessità. Lei svela il bagliore di Monet, i suoi allievi raccontano la luce fioca dei lampioni sull’asfalto e le fiamme che si levano di notte dalle ciminiere.
Questi ragazzi non hanno posti in cui incontrarsi che non siano le strade. Non ne hanno avuti neppure da piccoli, ché le aree giochi per i bambini, negli anni, sono state costruite e poi distrutte sistematicamente dai vandali. L’ultima è stata finanziata interamente da alcuni commercianti di zona, perché il Comune non ha i fondi necessari per un’operazione del genere.

Quando a Carmen viene l’idea di creare un centro di aggregazione ai Tamburi è il 2002; un giorno dopo l’altro busserà alla porta di istituzioni pubbliche, enti locali, professionisti privati, famiglie. Per sette anni, fino a raccogliere 14.000 volumi e ad ottenere dalla Caritas l’uso di alcuni locali del centro polivalente ‘Giovanni Paolo II’: diventeranno la biblioteca “Marco Motolese”, dedicata al figlio strappato via da un’auto in corsa quindici estati prima.
L’associazione culturale che oggi porta il suo nome promuove dal 1998 il libro e la lettura, la solidarietà e la beneficenza: ogni anno organizza il convegno ‘I Giovani ed il Libro’, elargisce due borse di studio per gli studenti più meritevoli e ha destinato altri 500 libri al reparto di Pediatria dell’Ospedale SS. Annunziata, nel centro storico di Taranto.

Settimana dopo settimana Carmen continua a ritornare nel rione Tamburi per organizzare le sue ‘merende culturali’, pomeriggi in cui i ragazzi del quartiere si riuniscono in biblioteca per mangiare qualcosa di buono e leggere e commentare assieme a lei i libri di volta in volta scelti.

Non è un’impresa facile, richiede grande pazienza con gli allievi e la capacità di comunicare con le famiglie, nel tentativo – non sempre riuscito – di coinvolgerle il più possibile nel progetto educativo. L’ennesima scommessa lanciata da una donna che ha dimostrato di non aver paura.
Secondo voi chi la vincerà?

Il pezzo è anche su Caffè News del 29 gennaio 2012.

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Archeomafie Journal – Call for papers 2012

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The Osservatorio Internazionale Archeomafie and the International Research Center for Environment and Cultural Heritage, registered with the Anagrafe delle Ricerche del Ministero dell’Istruzione, dell’Universita e della Ricerca, announce a call for participation in the fourth issue of the scientific journal Archeomafie (ISSN 2036-4539).

The issue is open to all scientific contributions relating to the national and international illegal trafficking of archaeological finds, in the present and the past. This includes studies on legal topics and those that seek to demonstrate the probable provenance of artworks and archaeological artifacts of “unknown provenance” in museums and private collections.

Articles may be submitted in any language of the European Mediterranean, but must be accompanied by an abstract in Italian or English of not more than 3,000 characters. The article should be submitted as a Word document, maximum 30,000 characters (including spaces), with footnotes in the style of the Archaologische Bibliographie, 1993. Example: P. Orsini, “Camarina. Campagna archeologica del 1896” in MonAnt, IX, (1899), pp. 201 e sg.; M. Guarducci, L’epigrafia greca dalle origini al tardo impero, Roma 1987, p.104. After the first citation, subsequent references should be abbreviated as follows: Guarducci 1987, p. 105, fig. 35.

The article, together with any color or black and white illustrations (jpg or tif) numbered and accompanied by a list and captions in Word, should be sent via email to redazione@archeomafie.org.

Participation is free. The journal believes in the right of free access to research, culture, and knowledge, and embraces the philosophy of open archeology.

Therefore, in addition to paper format, the journal is published free of charge online with copyleft.
Authors are offered a special rate on the paper version.

The issue will be published in 2012.
The submission deadline for abstracts is February 25, 2012, and for the articles March 25, 2012.

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L’Osservatorio Internazionale Archeomafie e l’International Research Center for Environment and Cultural Heritage, soggetto iscritto all’Anagrafe delle Ricerche del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, bandiscono il concorso di partecipazione al IV numero della rivista scientifica “Archeomafie” (ISSN 2036-4539).

La rivista è aperta a tutti i contributi scientifici attinenti il tema del fenomeno del traffico illecito di reperti archeologici su scala nazionale ed internazionale nel presente e nel passato, compresi studi che mirino a dimostrare la probabile provenienza di opere d’arte e reperti archeologici di “provenienza sconosciuta” in possesso di collezioni e musei e studi di natura giuridica.

Sono accettati contributi scientifici in tutte le lingue dell’area euro-mediterranea, purché accompagnati da un abstract in italiano o in inglese di non oltre 3.000 caratteri. L’articolo (formato Word), delle dimensioni massime di 30.000 caratteri (spazi inclusi), completo di note a piè di pagina (per le abbreviazioni bibliografiche si seguono quelle dell’Archaologische Bibliographie, 1993. Esempio: P. Orsi, “Camarina. Campagna archeologica del 1896” in MonAnt, IX, (1899), pp.201 e sg.; M. Guarducci, L’epigrafia greca dalle origini al tardo impero, Roma 1987, p.104; dopo la prima citazione per esteso si abbrevia come segue: Guarducci 1987, p.105, fig.35).

L’articolo, insieme ad eventuali illustrazioni a colori o in bianco e nero (formato jpg o tif) numerate e accompagnate da elenco e didascalie (formato Word), va inviato via e-mail a: redazione@archeomafie.org.

La partecipazione è gratuita. La rivista crede nel diritto di libero accesso alla ricerca, alla cultura e al sapere ed abbraccia la filosofia dell’open archaeology. Oltre che in formato cartaceo è quindi diffusa gratuitamente e liberamente via internet con copyleft.

Gli autori avranno in ogni caso particolari agevolazioni nel caso desiderino acquistare copie in formato cartaceo.

Il IV numero della rivista uscirà nel 2012. La scadenza per l’invio degli abstract è fissata al 25 febbraio 2012, quella per l’invio dei testi al 25 marzo 2012.

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L’insediamento protostorico di Longola di Poggiomarino: cos’è e perché è importante proteggerlo.

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Immaginate un villaggio di isolotti, che affiorano uno vicino all’altro dall’acqua.
Su ciascuno di essi ci sono case e recinti per animali: i bambini giocano, le donne si occupano della casa, gli uomini si spostano su barche e progettano e costruiscono strutture di legno per arginare la corrente e strappare altra terra alle acque del fiume.
Non è Venezia né Amsterdam, ma un insediamento di cui non conosciamo più il nome, cresciuto all’ombra del Vesuvio e abitato per un lungo arco di tempo dall’Età del Bronzo al VI secolo a. C.
Lo chiamiamo Longola, adesso, dal nome della località in cui ricade nel comune di Poggiomarino, a pochi km da Pompei.

Scoperto nel 2000 per caso, come spesso accade in Italia, mentre si costruiva il depuratore del Medio Sarno.
Ci vogliono grande occhio, esperienza e – perché no – istinto per distinguere le tracce labilissime di un insediamento protostorico nella confusione della terra e delle pietre rivoltate dai bobcat.
Molti archeologi in Italia, anche se lo Stato non lo riconosce, queste capacità le hanno e le esercitano quotidianamente.
E Claude Albore Livadie si è letteralmente imbattuta in un insediamento sconosciuto, che ha poi scavato nel corso di quattro campagne assieme ad archeologi, tipologi, archeobotanici, archeozoologi, architetti, fotorilevatori, disegnatori ed esperti di informatica, figure formate sul campionamento dei legni e sull’interpretazione delle analisi dendrocronologiche. Un vero e proprio esercito di professionisti dei beni culturali, che ha indagato 1600 mq di terreno, recuperando informazioni fondamentali per la conoscenza e la comprensione di una parte del nostro passato.

Iraq, insediamento di Mash Arab simile nella struttura a quello di Longola (dal blog archeologiainrovina.wordpress.com)

Doveva forse apparire così il territorio di Longola quasi 2900 anni fa: un sistema di canali artificiali, un paesaggio fortemente antropizzato e piegato alle esigenze dei nuclei familiari che lo abitavano.
Forse proprio quei Sarrastis populos citati da Virgilio nell’Eneide (VII 738).

Una lotta tra uomo e natura che aveva portato gli abitanti a sviluppare tecniche progredite per abbassare la falda freatica (deviando le acque superficiali in canali secondari) e per realizzare colmate per un migliore utilizzo dei piani di calpestio.

Una scommessa vinta, se le indagini archeologiche hanno restituito tralci di vite residui dalla potatura, ammassi di acini, vinaccioli, pedicelli e raspi: questi uomini avevano sufficiente spazio per coltivare la vite e pigiare l’uva già durante l’età del Ferro.

Del villaggio oggi restano le strutture in legno: i pali e le tavole delle capanne, delle canoe, dei recinti, delle palizzate d’argine e delle piattaforme, della costruzione degli isolotti. Sono elementi che non si recuperano spesso durante gli scavi, perché molto delicati e soggetti ad un deperimento rapido: qui invece la presenza di una falda freatica ha portato alla formazione di un ambiente anaerobico, che ha permesso un’ottima conservazione anche dopo migliaia di anni.
Frammenti di faggio e acero, di salice, olmo, frassino e ontano che aiutano a ricostruire parte del paesaggio antico.
È importante anche per questo, Longola, per il suo legname attentamente studiato attraverso analisi dendrocronologiche, che hanno consentito per la prima volta di inserire l’Italia centro meridionale in un contesto di cronologia assoluta. Basandosi sull’analisi dell’accrescimento degli anelli dei tronchi, cioè, è stato possibile individuare l’esatto periodo di tempo nel quale essi sono stati tagliati ed utilizzati come materiale da costruzione.

Eppure il sito, che non è aperto al pubblico, da anni vive sotto la minaccia di un interramento.
«Il livello della falda richiede un uso continuo di pompe idrauliche per poter operare» ha affermato qualche giorno fa in un’intervista a il Mattino di Napoli Elena Cinquantaquattro, Soprintendente per i beni archeologici di Napoli e Pompei. «Se interriamo è proprio per garantire la salvaguardia delle importanti scoperte».
Non le si può dare certo torto.
Nell’ultima settimana le associazioni dei cittadini, politici locali e l’Associazione Nazionale Archeologi si sono mobilitate per la difesa dell’area. E il sindaco, Leo Annunziata, ha incontrato l’assessore regionale ai beni culturali Giuseppe De Mita facendo proposte precise: musealizzazione, fruizione del pubblico, proseguimento dello scavo.

Regione Campania, Soprintendenza ai beni archeologici e Comune di Poggiomarino hanno trovato un accordo: la Regione è pronta a metterci circa quattro milioni di euro, la Soprintendenza ha proposto un progetto per la realizzazione di un parco archeologico e il Comune si farà carico della gestione del villaggio, assieme alle associazioni del territorio.
È un sito abituato a resistere quello di Longola: secondo la Albore Livadie, «tutti i momenti di vita del villaggio mostrano come lo spazio abitativo sia stato costantemente riorganizzato per adattarsi, volta per volta, ai continui mutamenti geomorfologici dell’area».
Lottiamo perché sia così anche oggi, nel 2012.

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Per saperne di più:

C. Albore Livadie, E. Castaldo, N. Castaldo, B. Cesarano, D. Citro, A. d’Avella, M. delle Donne, M. T. Pappalardo, N. Pizzano, R. Vannata, “Le strutture abitative e di servizio dell’insediamento dell’età del ferro di Longola (Poggiomarino, Na)”, Preistoria e Protostoria in Etruria, IX Incontro di Studi – 12-14 settembre 2008, Pitigliano – Valentano.

C. Albore Livadie, L. Costantini, M. Delle Donne, C. Cicirelli, “La vite a Poggiomarino, Longola: un contesto di vinificazione dell’Età del Ferro“. In P. Guzzo−M. P. Guidobaldi, Nuove ricerche archeologiche nell’area vesuviana (Scavi 2003−2006), Roma, Bretschneider, 2008, pp. 574−575.

C. Albore Livadie, B. Cesarano, A. D’Avella, G. Di Maio, “Nuovi documenti sulla frequentazione del Bronzo medio a Poggiomarino”, Rivista di Studi Pompeiani, XIX, 2008, Roma.

C. Albore Livadie, P. G. Guzzo, U. Heußner, P. Kastenmeier, M. T. Pappalardo, “Il progetto dendrocronologico di Poggiomarino, Rivista di Studi Pompeiani, XIX, 2008, Roma.