Pompeii | Another brick in the wall

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Difficile decidere da che parte iniziare a raccontare la città sopravvissuta al Vesuvio.
Da templi, fori e case pietrificati dai lapilli come dallo sguardo di Medusa; o forse dalle rovine, ben più presenti oggi al nostro immaginario comune, erose dall’incuria umana più velocemente di quanto abbia fatto la polvere dei secoli.
Pompei non è il sito archeologico più grande del mondo, come viene definito da alcuni addetti ai lavori e da giornalisti con un po’ di pigrizia e un certo gusto per il sensazionalismo.
Ma è di sicuro uno dei luoghi più importanti per la conoscenza del mondo antico, fotografato nell’esatto istante in cui la sua linfa vitale si prosciugava in una mattina come tante durante l’impero di Tito.

Della Campania felix gli autori latini avevano lasciato meravigliose descrizioni e tramandato la bellezza del paesaggio e la prosperità della terra, resa fecondissima dalle stesse eruzioni che nel corso dei secoli la falciavano sistematicamente, cancellando insediamenti interi per un capriccio del caso.
E la coltre di polveri che ha coperto Ercolano, Stabia, Oplontis, le ville e le fattorie della zona era stata minuziosamente descritta da Plinio il Giovane, che vide morire l’omonimo zio (il Vecchio) mentre tentava di soccorrere i fuggiaschi stando alla testa dei marinai di Miseno.

Eppure fino al Settecento nessuno aveva più visto le colonne dei peristilii (i cortili delle case) di Pompei. Si era sempre saputo di una collina su cui fiorivano vasi antichi e conci di pietre, ma solo nel 1748 i Borbone avevano dato inizio alle esplorazioni avventurose. La città venne scavata come fosse un grande parco giochi dal quale pescare divertimenti sempre nuovi e preziosi, veri e propri ‘tesori’ (un termine che provoca idrofobia in qualsiasi archeologo, sappiatelo) che finivano dritti nella collezione dei regnanti.

Immaginate la meraviglia di trovare oggetti perfettamente conservati di una vita vissuta milleseicentosessantanove anni prima. Come se gli archeologi del futuro s’imbattessero, nel 3681, nelle nostre case non antisismiche, negli iPad e nelle auto a benzina. È tutto lì il fascino inalterato di Pompei, nella trasposizione moderna di una vicenda apocalittica che guardiamo con distacco e attrazione, come fosse un film.
Quelle chiavi di case, quelle pentole e le posate così simili alle nostre ci lasciano interdetti, così come le pitture e le tracce nitide delle ceste rimaste nel terreno dopo che il vimini si è sbriciolato. O almeno ci hanno stupito fino a oggi, ché non è (solo) l’alito del tempo a soffiare sulle ceneri della città ma la disattenzione dell’uomo.

La notizia farà felici gli appassionati delle saghe: sì, è venuto giù un altro pezzo di Pompei.
Dopo una gru moderna magicamente collassata sulla domus dei Casti Amanti (si sa, non è mai colpa di nessuno), la Schola Armaturarum ridotta in briciole, le case del Moralista e di Loreio Tiburtino, il lupanare piccolo e tratti di mura, nel corso dell’ultima settimana il tiro a segno si è esercitato contro il Tempio di Giove e gli intonaci della domus di Venere in conchiglia.
Un bollettino di guerra che, come rivela Tsao Cevoli, presidente dell’Associazione Nazionale Archeologi e profondo conoscitore del luogo, riguarda solo una parte dei “piccoli o grandi quotidiani crolli che, anche lontano dall’attenzione dei media, i custodi del sito al termine delle loro perlustrazioni continuano ad annotare quotidianamente sul registro delle segnalazioni tenuto dalla Soprintendenza“.
A Pompei manca la manutenzione ordinaria. Le piante crescono incontrollate sulle strutture, durante l’estate seccano e le piogge favoriscono le infiltrazioni d’acqua che gonfiano e fanno crollare i muri.
Lo Stato italiano ha investito qui 79 milioni di euro tra il 2010 ed il 2011, anche in faraoniche opere di divulgazione multimediale che hanno destato critiche e sospetti: quel che è certo è che a distanza di un anno dal crollo della Schola, di due ministri, un nuovo sottosegretario e un nuovo soprintendente, continua la politica delle promesse di grandi investimenti, di assunzioni, di provvidenziali supercommissioni mentre di concreto non si è fatto quasi nulla.
Dello stesso avviso sono stati gli ispettori dell’Unesco, quando nello scorso dicembre hanno effettuato una missione ispettiva dagli esiti devastanti che ha messo nero su bianco i danni strutturali agli edifici, gli atti di vandalismo e la mancanza di personale qualificato, minacciando di iscrivere il sito nella lista del Patrimonio mondiale a rischio.

Forse è proprio ciò che in Italia aspettano in molti: si tirano ciclicamente fuori le briciole di Pompei, sperando in un colpo di vento che le porti via tutte e ce le levi di torno.

Finalmente.

Il pezzo è anche su Giù al Sud

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