Archivio mensile:maggio 2012

23 maggio 2012, 17.58 – Io non dimentico

Standard

Da questa notte stiamo affidando a pagine di blog, agli status di Facebook e ai cinguettii di Twitter il nostro personale ricordo della strage di Capaci.
Sono voci di bambini che raccontano un sabato di maggio di vent’anni fa, mentre la scuola stava finendo e si restava un altro po’ a giocare per strada perché il sole tramontava più tardi. Seguendo hashtag e condivisioni si compone precisamente il mosaico dei particolari punti di osservazione su un pomeriggio del 1992, attraverso gli occhi di noi dodicenni e quindicenni: cosa facevamo, dove eravamo, come abbiamo reagito al senso di smarrimento profondo che percepivamo nel silenzio e nelle parole dei ‘grandi’ alla notizia dell’assassinio di Giovanni e Francesca Falcone, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.
Solo uno dei molti attentati che abbiamo conosciuto ma forse, assieme a quello di via D’Amelio in cui solo 57 giorni dopo rimase ucciso Paolo Borsellino, cruciale nei suoi risvolti emozionali e pratici (la pax mafiosa, l’elezione immediata del capo dello Stato, il filo rosso che ha attraversato il successivo ventennio del Paese).

Giorni terribili, che ci hanno plasmati e insegnato da che parte stare: forse proprio perché eravamo troppo piccoli e al contempo abbastanza grandi per capire.
Non a caso, forse, una delle commemorazioni più importanti di oggi a Palermo vede protagonisti proprio ventimila ragazzi provenienti da tutta Italia, che nel periodo delle stragi di Stato ancora non erano nati.
A loro Tsao Cevoli, archeologo che il bisogno di indagare il passato per capire il presente lo conosce bene, ha dedicato un e-book: Io non dimentico: brevi storie di mafia e antimafia raccontate alla generazione del ’92.
Un libro nato dall’esigenza forte di non dimenticare, di non metabolizzare la portata degli eventi perché non diventi mai storia da leggere ma resti presente da vivere e da cui prendere esempio: “Quando smetteremo di emozionarci di fronte al ricordo della morte di Falcone e Borsellino – dice Cevoli – quando daremo ad esse la stessa importanza che diamo, per esempio, alla morte di Napoleone, avremo perso. Studiare le date ma non smuovere le coscienze è il primo passo verso la perdita del ricordo”.

Il libro è scaricabile gratuitamente con le formule “Pay with a post” e “Pay with a tweet” dal sito Mafia e antimafia

Annunci

Mamma, archeologa e anche no.

Standard

Auguri a chi si divide tra biberon e scarpe antinfortunistiche,

a chi va in cantiere col pancione e a chi ci vorrebbe andare ma non può.

Alle archeologhe che fanno da babysitter ai bimbi delle colleghe al lavoro,

a quelle che hanno dovuto cambiare vita ma hanno ancora la pelle d’oca quando sentono l’odore di

erba e terra bagnata, a chi ha lasciato secchi e stazione totale senza rimpianti.

Buona festa alle mamme delle archeologhe e a chi figli non ne ha e nemmeno ci pensa,

perché la maternità è scelta personale e consapevole anche se qualcuno vuole farci credere il contrario.

 

Image

Noi, figli dell’Ilva.

Standard
Da piccola ero molto spesso a casa di nonna, i miei genitori lavoravano ed io passavo il tempo a giocare in quelle grandi stanze affacciate sul mare di Taranto. Si vedeva tutta la grande rada del golfo da lì: i ‘piroscafi’ e le ‘navi da guerra’, come le chiamava il nonno che fin troppo tempo ci aveva passato sopra; il faro di San Vito e i quartieri che stavano nascendo nelle sue vicinanze, i gabbiani che galleggiavano a pelo d’acqua e a spingere un po’ più in là lo sguardo nelle mattine terse si vedevano anche gli alberi sulle isole Cheradi, per me misteriosissime come la giungla di Salgari.
E quando faceva sera, nella luce rossastra di un sole che annegava dietro i monti della Calabria, si scorgevano le piccole file ordinate di lampare che partivano dalla città vecchia per andare a pescare la notte in mar Grande. Dietro la loro luce incerta, sullo sfondo, l’Italsider. Nonna me lo indicava quasi con orgoglio, ribadendo che fosse “il posto in cui lavoravano papà e lo zio”. Non doveva avere molto chiaro in mente cosa si facesse lì se quando le ho chiesto cosa fabbricassero sotto quelle ciminiere a fasce rosse e bianche lei mi ha risposto: “Le nuvole”. O forse era un modo semplice di non complicare ulteriormente i pensieri di una bambina già fin troppo cassandresca.
Col tempo, poi, ho scoperto che quella stessa risposta sulle nuvole era stata data a tanti altri miei coetanei. Molti di loro con un padre impiegato o operaio di quella che nel frattempo era diventata ILVA, tutti di certo con un parente che trascorreva molto del suo tempo in periferia, nel rione Tamburi, dove il colore predominante è il rosso. Quello di una polvere granulosa soffiata nell’aria dagli sbuffi degli altoforni, che si posa ovunque su guardrail, balconi, cappelle funerarie, abiti stesi ad asciugare. Luccica al sole e, quando piove, tinge e trasforma le pozzanghere in sangue vivo e denso. Entra nei polmoni senza farsi sentire, e li devasta.

Negli anni Ottanta e Novanta facevamo tutti parte di una tribù speciale, noi figli dell’ILVA. All’uscita da scuola il sabato notavi subito il gruppo dei nostri papà che si conoscevano e ci aspettavano assieme, e a volte c’era anche qualche mamma (“Pure le femmine lavorano in fabbrica?”, ci chiedevamo). Avevamo un circolo ricreativo solo per noi sulle colline vicino al mar Piccolo, proprio dietro il luogo in cui producevano le nuvole, dove la domenica ci sfinivamo in gare infinite di altalene, molto difficili da trovare nel resto di Taranto. Non ci siamo mai posti il problema se l’ILVA fosse un gigante buono o cattivo, forse ci siamo anche sentiti privilegiati.  Solo che un giorno abbiamo iniziato a morire.

Prima i fratelli piccoli dei compagni di scuola, troppo frequentemente perché fosse solo un caso. Poi abbiamo imparato a convivere con parole che nei cartoni animati di “Esplorando il corpo umano”, invece, non pronunciavano mai: cancro, nodulo, tumore maligno, enfisema, malato terminale, leucemia, rianimazione. L’età della nostra innocenza è finita così, sbattendo contro il muro di una realtà all’improvviso impossibile da capire e da gestire, e la rassegnazione che coglievamo negli occhi degli adulti ci smarriva ancora di più: ammetteva la colpa latente e nascosta, forse sofferta, di aver sacrificato il destino di una città di pescatori sull’altare della grande industria, che da quelle parti non c’entrava proprio nulla.

E dai volti dei genitori abbiamo compreso presto che anche le dinamiche in azienda stavano cambiando, perché l’arrivo del nuovo padrone aveva sparigliato le carte fino a sopprimere e trasferire al nord interi reparti di produzione e a rinchiudere i lavoratori dissidenti nella cosiddetta “palazzina LAF”, di cui tutti sapevano ma parlavano a mezza bocca.

Sono passati molti anni da allora e la netta maggioranza di noi ha lasciato lo Ionio diciannovenne per andare a studiare in altre città senza più tornare: qualcuno ci ha chiamati delfini erranti, riprendendo l’animale cavalcato dall’eroe greco Taras sullo stemma della città. Mentre si continuava a morire a centinaia ogni anno (vedi le conclusioni della perizia epidemiologica da poco depositata (http://download.repubblica.it/pdf/repubblica-bari/2012/conclusioni.pdf), un’intera generazione è emigrata in cerca di occasioni migliori, facendo mancare il suo sostegno alla lotta contro l’avvelenamento e sulla città ha pesato un silenzio immobile, squarciato solo dalle cronache giudiziarie che hanno coinvolto la quasi totalità degli esponenti delle giunte comunali che si sono susseguite.

Almeno fino al 28 novembre 2009, quando una nuova onda di attivisti consapevoli ha organizzato una grande manifestazione cittadina dando finalmente origine ad un movimento condiviso di attenzione per la tutela delle politiche ambientali (http://www.youtube.com/watch?v=-t1XkBTdwsw&feature=related): ottime intenzioni e programma conditi però da forti polemiche politiche, che hanno finito col compromettere il risultato della lista civica alle recenti elezioni amministrative. Una battuta d’arresto che non fiaccherà il movimento, c’è da crederlo. Si continuerà a chiedere a gran voce salute per i figli e giustizia per chi non c’è più e in prima fila saranno ancora le donne, il cuore pulsante della protesta immortalato nel pluripremiato documentario della regista leccese Valentina D’Amico: “La Svolta. Donne contro l’ILVA”  (http://lasvoltadonnecontroilva.wordpress.com/).

E proprio di una donna e di incredibile speranza sa, infine, la storia della biblioteca del quartiere Tamburi, il più colpito dall’inquinamento. Un’area in cui palazzi sono cresciuti a caso, pedine sparpagliate su una scacchiera in saliscendi che meriterebbero almeno una ripassata di vernice. Non ci sono parchi e giardini perché le piante resisterebbero poco all’assalto dei fumi nocivi, come dimostrano impietosamente i campi di sterpaglie che circondano il quartiere.

Carmen Motolese abita lontano da qui ma per ventidue anni ha insegnato arte in una scuola del rione: ne conosce bene il tessuto e le dinamiche e la sua cattedra è un luogo d’ascolto da cui intercettare disagi e necessità. Lei svela il bagliore di Monet, i suoi allievi raccontano la luce fioca dei lampioni sull’asfalto e le fiamme che si levano di notte dalle ciminiere. Questi ragazzi non hanno posti in cui incontrarsi che non siano le strade. Non ne hanno avuti neppure da piccoli, ché le aree giochi per i bambini, negli anni, sono state costruite e poi distrutte sistematicamente dai vandali.

L’ultima è stata finanziata interamente da alcuni commercianti di zona, perché il Comune non ha i fondi necessari per un’operazione del genere.
A partire dal 2002 Carmen ha bussato alla porta di istituzioni pubbliche, enti locali, professionisti privati, famiglie fino a raccogliere 14.000 volumi e ad ottenere dalla Caritas l’uso di alcuni locali del centro polivalente ‘Giovanni Paolo II’: sono diventati la bibliotecaMarco Motolese”, dedicata al figlio strappato via da un’auto in corsa quindici estati prima.

L’associazione culturale che oggi porta il suo nome promuove il libro e la lettura, la solidarietà e la beneficenza e ogni anno organizza il convegno ‘I Giovani ed il Libro’, elargisce due borse di studio per gli studenti più meritevoli e ha destinato altri 500 libri al reparto di Pediatria dell’Ospedale SS. Annunziata, nel centro storico di Taranto.

Piantiamo semi sul cemento, sì. E fioriranno.

Le foto sono di Vanni Ninni, il manifesto è di Nicola Sammarco.
Questa riflessione non sarebbe stata possibile senza il lavoro di ZeroViolenzaDonne.
A tutti voi, grazie.

26 Maggio: la meglio gioventù del nostro tempo scende in piazza

Standard

Scendiamo in piazza per dire la nostra, per fare in modo che a parlare “in nostro nome” siamo noi, la meglio gioventù del nostro tempo precario. Tutt@ in piazza il 26 maggio, perché tutto è ancora possibile.

[per adesioni: info@ilnostrotempoeadesso.it]

APPELLO

La meglio gioventù del nostro tempo.

Sostiene questo Paese con idee, desideri, progetti, volontariato, azioni concrete, scopre nuovi mondi e inventa il futuro. Eppure è sempre disoccupata, in cerca di lavoro, precaria, senza stipendio.
Studia per dare il meglio di sé e migliorare le vite di tutti e di tutte, ma una volta laureata è costretta ad andarsene.
E’ composta da giovani donne che vivono in un Paese ancora a misura di vecchi modelli maschili, giovani donne che non trovano alcuna opportunità.
Produce ricchezza e non ha niente in cambio: i giovani operai perdono il lavoro; i piccoli imprenditori sono costretti a chiudere l’attività.
Lavora ma in nero e sul lavoro rischia la propria vita e a volte la perde, perché non ci sono tutele e perché allo Stato e alle imprese spesso non interessa investire in sicurezza.
L’arricchiscono ragazzi nati in Italia da genitori immigrati in Italia e che non sanno se in futuro saranno riconosciuti italiani.

Questa è la meglio gioventù del nostro tempo, la gioventù che detiene in Europa il primato come Neet, l’acronimo in cui si ingabbia una generazione a cui non viene riconosciuto quel che già fa o che non può più studiare, lavorare, che non ha mai avuto l’opportunità di contribuire al cambiamento del proprio Paese, mentre la disoccupazione giovanile sfiora il 36%.

In nome di questa generazione il Governo Monti propone una riforma sbagliata, una truffa per tutti e in primo luogo per i giovani. In nome di questa generazione le politiche di austerity del Governo e della BCE cancellano il futuro di tutti, perpetuando lo stesso modello che ha alimentato le disuguaglianze, che ci ha condotto alla crisi economica e al fallimento di un intero continente.

Il disegno di legge sul mercato del lavoro presentato dal governo non risponde ai problemi principali che affliggono la vita di una generazione intera:
– lascia intatta la giungla delle 46 forme contrattuali, comprese quelle che il Governo aveva annunciato di voler eliminare;
– non estende gli ammortizzatori sociali, visto che l’assicurazione per l’impiego lascerà fuori buona parte dei lavoratori precari;
– non prevede nessuna forma di reddito minimo;
– scarica l’aumento di costo dei contratti a progetto sulle buste paga dei collaboratori;
– rappresenta una beffa per le reali partite iva che dovranno pagare di tasca loro l’aumento dei contributi.
Le tante promesse del Governo non sono state mantenute, così i giovani sono diventati il pretesto per precarizzare chi ha ancora un contratto stabile, altro che tutelare i precari!
Si è cercato, in questi anni, di dividere i padri dai figli, le madri dalle figlie, i “garantiti” dai “non-garantiti”. Noi pensiamo che ci siano oggi, come ieri, i ricchi e i poveri, chi vive di sfruttamento e speculazione e chi vive di lavoro. Per questo vogliamo mobilitarci assieme ai nostri padri e alle nostri madri, perché vogliamo unire due generazioni nella difesa dei diritti e nella lotta contro la precarietà, perché non è vero che non c’è alternativa alla disperazione attuale. I suicidi di questi giorni ci parlano di questo: quando si parla di “salva Italia” bisognerebbe pensare a quelle vite spezzate e alle tante solitudini che la precarietà e le disuguaglianze hanno creato.

La precarietà non è un’emergenza del mercato del lavoro, è il più grande attacco alla democrazia italiana degli ultimi decenni. La precarietà significa essere costretti a sopravvivere e si manifesta nella fotografia del diritto allo studio negato, delle scuole che crollano, dell’aumento delle tasse all’università, dell’impossibilità di scioperare o dire no di fronte a un sopruso sul lavoro, di non poter amare la nostra compagna o il nostro compagno, di pagare un affitto o comprarsi una lavatrice ed essere indipendenti, così come lo sono i giovani nel resto d’Europa.

Per noi la precarietà è il messaggio che da vent’anni una classe dirigente ci trasmette: andatevene. Noi vogliamo restare, cambiare le nostre vite e dare un presente al nostro Paese.
Vogliamo poter dire che il nostro problema è la precarietà e l’impossibilità di costruirci un futuro. Ancora prima del posto fisso e dell’articolo 18, ci interessa costruire un paradigma diverso, un altro modello di sviluppo e un welfare diverso, che ricomponga le sue basi sui principali diritti di cittadinanza.

Abbiamo proposte migliori di quelle del Governo. Noi chiediamo di investire su Università e Ricerca, di riconvertire ecologicamente il nostro sistema industriale per creare buoni e nuovi posti di lavoro.
Chiediamo un modello di welfare universale, finanziato dalla fiscalità generale e da una patrimoniale che colpisca chi finora non ha mai pagato la crisi: rendite parassitarie, profitti finanziari, grandi capitali. Un welfare che si faccia promotore e fattore di crescita, personale prima che economica, e insieme garanzia di diritti e tutele.

Chiediamo che venga bandita sul serio la truffa della precarietà. Ad un lavoro stabile deve corrispondere un contratto stabile e i diritti fondamentali devono essere estesi a tutte le forme di lavoro: l’equo compenso, il diritto universale alla maternità/paternità e alla malattia, i diritti sindacali, il diritto ad una pensione dignitosa, la continuità di reddito nei periodi di non lavoro, la formazione continua.
Chiediamo infine un reddito minimo, fatto di sussidi e servizi, per garantire la dignità della vita e del lavoro com’è in tutti i paesi europei (e come definito nella risoluzione del Parlamento europeo 2010/2039, approvata a larghissima maggioranza il 20 ottobre scorso).

E’ necessaria una grande mobilitazione contro la precarietà, per il reddito, per i saperi e per l’estensione dei diritti e delle tutele: per un Paese diverso e per una nuova idea di cittadinanza, fuori e dentro il lavoro.
L’alternativa è il cambiamento, non il mantenimento di pochi diritti e o la versione soft ma non meno triste della precarietà.
Vogliamo un altro Paese e un’altra politica. E vogliamo dirlo noi, non lasciamo più che siano altri a farlo.

Scendiamo in piazza il 26 maggio. Per riprenderci il nostro Paese. Noi, la meglio gioventù del nostro tempo precario.

Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta.