Il mio contributo per il convegno “L’Italia dei Beni Culturali: formazione senza lavoro e lavoro senza formazione”

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Convegno “L’Italia dei Beni Culturali: formazione senza lavoro e lavoro senza formazione”

Ass. Bianchi Bandinelli

Roma, Biblioteca Nazionale Centrale

27 settembre 2012

Essere qui a ripetere ancora una volta la mia storia corrisponde a dire che poco o nulla è cambiato nel panorama della precarietà intellettuale in Italia. Mi sono trovata in un ambiente sconosciuto e insidioso nel 2007, quando dopo 7 anni di collaborazione con l’Università mi sono vista costretta ad interrompere i miei rapporti di lavoro a causa di ripetuti e pesanti episodi di mobbing e molestie. Ho intrapreso una nuova strada: sono una libera (fino a un certo punto) professionista o – come dicono quelli che vogliono darsi un tono – una freelance oppure ancora, come ai giornalisti piace sbrigativamente definire la mia generazione, sono una precaria.

Non sapere neppure cosa sei, non avere un’identità definita sembra una cosa da niente su cui si può di certo glissare. Eppure proprio la mancata definizione di questo punto dà inizio a quel processo di erosione, come il tarlo tanto inviso agli amici e fratelli restauratori, che mina dalle fondamenta la costruzione della propria identità.

Ho studiato da archeologa. Ho lavorato per un decennio accettando nei primi tempi compensi minimi, perché la mia coscienza non era matura al punto da capire il limite tra dignità del lavoro e sfruttamento. Mi sono preparata come un razzo sulla rampa di lancio di Cape Canaveral per prendere il volo e descrivere orbite nel mondo della ricerca: per studiare, ricercare, insegnare. La navetta non è mai partita.

Ho sempre avuto molteplici interessi e percorso binari paralleli, portando a termine studi di comunicazione di pari passo con quelli storici ed è stata la mia fortuna. Da un anno rifiuto i contratti di lavoro in cantiere a 5 euro lordi l’ora (5 euro di vergogna in primis per chi li propone), ho incarichi di consulenza con paga dignitosa che svolgo in orario (lungo) d’ufficio, la sera e nel fine settimana porto avanti i miei studi ed i progetti sui beni culturali. Tante, tantissime ore di impegno – spesso notturno – a scrivere, progettare, organizzare, lottare con la burocrazia (limiti d’età, di residenza, di anni trascorsi dal termine degli studi) e solo una minima parte di esse è retribuita o risulta utile nel marasma confuso delle politiche culturali del nostro Paese, che assegna poco ai meritevoli e scialacqua risorse infinite in nome del nepotismo. Ma quanta fatica, quanta poca felicità.

 

Sulla stampa: Unità

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