Archivi categoria: Power to the people

Archeologhe ed Archeologi scendono in piazza | Roma, 15 Dicembre 2012

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Il documento di chiamata alla manifestazione è disponibile qui: http://www.archeologi.org/public/manifestazione_archeologi_2012.pdf

Grazie ad ANA Toscana (toscana[@]archeologi.org)
Per info trasporti, alloggio e cene convenzionate: manifestazione[@]archeologi.org

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No alla divisione dei giganti di Monte Prama

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APPELLO DI Marcello Madau, Carlo Tronchetti, Fabio Isman, Giulio Angioni, Paolo Bernardini, Alberto Moravetti, Marco Milanese, Giuseppina Manca di Mores, Emanuela Atzeni, Franco G.R. Campus, Alberto Gavini, Valentina Porcheddu, Luca Sanna, Laura Soro

Il complesso archeologico di Monte Prama (comune di Cabras, OR) in Sardegna è uno dei più impressionanti gruppi scultorei del mondo antico, costituito da almeno 28 statue colossali di guerrieri di età nuragica e di 16 modelli di nuraghe, indicativamente databili nella seconda metà dell’VIII sec. a.C.
Rinvenuto casualmente nel 1974 e recuperato da due immediate campagne di scavo, dopo l’esposizione di pochi esemplari al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari e la permanenza pluridecennale degli altri materiali nei suoi magazzini, il complesso è stato da poco restaurato su un totale di oltre cinquemila frammenti, ed è attualmente esposto al Centro di restauro e conservazione dei beni culturali (Li Punti-Sassari).

Di fronte al legittimo obiettivo di restituire al territorio di origine questo straordinario ‘bene comune’ e ricomporre con esso i segni fondamentali dell’identità, ospitandoli in una struttura adeguata e facendone segno di sviluppo sostenibile, si sta purtroppo affermando l’idea di separare il gruppo in almeno due nuclei: uno al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, parrebbe con la scelta dei pezzi ‘più significativi’ (!), uno al Civico Museo Archeologico di Cabras (nelle sale di futura realizzazione, il cui progetto è stato aggiudicato), e forse qualcosa nel Centro di restauro e conservazione dei beni culturali di Li Punti.

Tale divisione ci appare errata: confligge con il concetto basilare in archeologia, e nei beni culturali, della inseparabilità di un contesto e del superamento delle vecchie concezioni antiquarie, patrimonio di battaglie e alte riflessioni dalla seconda metà del Novecento.
Tale inseparabilità non è una pura petizione di principio, ma la condizione più efficace per poter effettuare lettura, interpretazione e godimento di tale bene.
La rinnovata attenzione dei territori e l’affermarsi del concetto dei beni comuni portano a pensare che la sede ideale di tutto il gruppo non possa che essere quella del territorio di Cabras. Auspichiamo perciò che si concretizzi la realizzazione della nuova sede museale, opportunamente rimodulata, ove necessario, per ospitare tutto il complesso archeologico con la massima qualità museologica.

I promotori si appellano ai cittadini e alle istituzioni affinché:
il complesso di Monte Prama non venga diviso;
– il complesso di Monte Prama risieda nel territorio di Cabras, in una sede museale dedicata e adeguata a natura e importanza del ritrovamento;
– tale allocazione sia da interfaccia alla ripresa delle ricerche nel sito, peraltro prevista;
– in attesa che tali condizioni di realizzino, venga mantenuta l’unitarietà del gruppo: ci sono ragioni a favore di una sua permanenza temporanea nel Centro Regionale di Li Punti, dove sono già esposte, come nel Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, dove avrebbe grande visibilità: tale scelta va fatta al più presto, valutandone gli aspetti positivi prevalenti, e lanciando costantemente il progetto di collocazione finale;
– una volta allocato il gruppo definitivamente nel suo territorio di origine, sia il Museo Nazionale di Cagliari sia il Centro di Restauro di Li Punti vengano dotati di copie a regola d’arte (verificata l’assenza di rischi per tale realizzazione) o altra idonea documentazione sostitutiva mediante l’impiego di tecnologie avanzate.

Il link alla petizione on line:
http://www.petizionionline.it/petizione/no-alla-divisione-di-statue-e-contesto-archeologico-di-monte-prama/7363

La Costituzione è femmina

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La Costituzione è femmina. Ed è stata scritta anche dalle donne.
Tra i 558 eletti all’Assemblea Costituente durante le elezioni libere del 1946, le prime a suffragio universale, c’erano infatti 21 deputate in rappresentanza di quattro gruppi parlamentari: socialista, comunista, democratico cristiano e dell’Uomo Qualunque.

La presenza femminile in un contesto fino a quel momento proibito suscitò grande curiosità e i media dell’epoca s’impegnarono in dettagliate descrizioni delle mise indossate dalle parlamentari: cosa che, a dir la verità, si ripete spesso anche ai nostri giorni, per fortuna non più per lo stupore di vedere una donna occupare uno scranno, e purtroppo perché in certi casi la scelta dell’abito è la cosa più interessante da dire sulle attività della eletta.

ECCO COME VENIVANO RACCONTATE LE DONNE  – Non apparve dunque strano che le colonne del “Risorgimento liberale” il 26 giugno 1946, il giorno dopo la prima seduta della Costituente, riferissero a proposito di Bianca Bianchi, prima delle elette con 15.000 voti: “Vestiva un abito colore vinaccia e i capelli lucenti che la onorevole porta fluenti e sciolti sulle spalle le conferivano un aspetto d’angelo. Vista sull’alto banco della presidenza dove salì con i più giovani colleghi a costituire l’ufficio provvisorio, ingentiliva l’austerità di quegli scranni“.
La descrizione continuò, poi, con un vero e proprio trattato della moda dell’epoca: “Era con lei (oltre all’Andreotti, al Matteotti e al Cicerone) Teresa Mattei, di venticinque anni e mesi due, la più giovane di tutti nella Camera, vestita in blu a pallini bianchi e con un bianco collarino. Più vistose altre colleghe: le comuniste in genere erano in vesti chiare (una in colore tuorlo d’uovo); la qualunquista Della Penna in color saponetta e complicata pettinatura (un rouleau di capelli biondi attorno alla testa); in tailleur di shantung beige la Cingolani Guidi, che era la sola democristiana in chiaro; in blu e pallini rossi la Montagnana; molto elegante, in nero signorile e con bei guanti traforati la Merlin; un’altra in veste marmorizzata su fondo rosa”.

DA NILDE IOTTI AD ANGELINA MERLIN – Valore, serietà ed impegno le parlamentari li avrebbero poi dimostrati da quel momento fino al 22 dicembre 1947, ultimo giorno dei lavori di redazione e discussione della Carta Costituzionale promulgata cinque giorni dopo. In particolare, alla speciale Commissione per la Costituzione anche detta “Commissione dei 75”, incaricata di elaborare e proporre il progetto di Costituzione repubblicana, presero parte in 5: Maria Federici (DC), Nilde Iotti e Teresa Noce (PCI), Angelina Merlin (PSI), Ottavia Penna Buscemi (PUQ).
Alle parlamentari furono affidati temi di discussione ritenuti più vicini alle donne quali famiglia, maternità ed infanzia; esse non mancarono, però, di dire la propria sulla parità dei diritti al lavoro e in particolare animarono la battaglia per l’accesso alla Magistratura, vinta con l’emendamento Federici: i colleghi, infatti, con atteggiamento fastidiosamente paternalistico, non ritenevano che l’animo femminile potesse sostenere la pressione giudiziaria perché sensibile e influenzabile. Le costituenti intervennero anche nelle discussioni sulla scuola e l’istruzione, sull’ordinamento delle Regioni, sull’organizzazione internazionale del lavoro e sui problemi connessi all’aumento in Italia dell’emigrazione di tipo economico.

LA CAMPAGNA “LARGO ALLE COSTITUENTI” – Proprio oggi, Festa della Repubblica Italiana, il gruppo Toponomastica Femminile lancia la campagna “Largo alle Costituenti“, che prevede la richiesta a tutti i capoluoghi di Provincia la dedica di un quartiere o di un parco pubblico alle Madri della Patria a partire da Roma, luogo ospitante i lavori dell’Assemblea Costituente. “Per ora stiamo lavorando sulla capitale e su Palermo” rivela Maria Pia Ercolini, la docente ispiratrice e coordinatrice del progetto.
Pensiamo che un parco avrebbe grande valenza didattica per tutte le età e si potrebbero associare sport e cultura: immaginiamo una passeggiata o una pedalata con la classe per scoprire la nostra storia al femminile (qualcosa di simile sulla toponomastica femminile la fanno già in Lombardia). Oppure un’uscita di orienteering, come vorrei fare a villa Pamphilii seguendo le tante intitolazioni alle donne“.

Proprio dalle pagine di Paese Sera era partita la scorsa settimana la proposta di creare nel XII Municipio il quartiere delle Costituenti per Roma:
Ne abbiamo discusso all’incontro del 22 maggio con la Commissione delle elette – continua la Ercolini – Monica Cirinnà e Gemma Azuni si sono riservate di acquisire i piani di zona dei quartieri in via di edificazione, con la mappatura delle nuove strade in costruzione, per studiarli ed elaborare assieme il progetto“.

 

 

 

Il pezzo è anche su PaeseSera del 2 giugno 2012

23 maggio 2012, 17.58 – Io non dimentico

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Da questa notte stiamo affidando a pagine di blog, agli status di Facebook e ai cinguettii di Twitter il nostro personale ricordo della strage di Capaci.
Sono voci di bambini che raccontano un sabato di maggio di vent’anni fa, mentre la scuola stava finendo e si restava un altro po’ a giocare per strada perché il sole tramontava più tardi. Seguendo hashtag e condivisioni si compone precisamente il mosaico dei particolari punti di osservazione su un pomeriggio del 1992, attraverso gli occhi di noi dodicenni e quindicenni: cosa facevamo, dove eravamo, come abbiamo reagito al senso di smarrimento profondo che percepivamo nel silenzio e nelle parole dei ‘grandi’ alla notizia dell’assassinio di Giovanni e Francesca Falcone, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.
Solo uno dei molti attentati che abbiamo conosciuto ma forse, assieme a quello di via D’Amelio in cui solo 57 giorni dopo rimase ucciso Paolo Borsellino, cruciale nei suoi risvolti emozionali e pratici (la pax mafiosa, l’elezione immediata del capo dello Stato, il filo rosso che ha attraversato il successivo ventennio del Paese).

Giorni terribili, che ci hanno plasmati e insegnato da che parte stare: forse proprio perché eravamo troppo piccoli e al contempo abbastanza grandi per capire.
Non a caso, forse, una delle commemorazioni più importanti di oggi a Palermo vede protagonisti proprio ventimila ragazzi provenienti da tutta Italia, che nel periodo delle stragi di Stato ancora non erano nati.
A loro Tsao Cevoli, archeologo che il bisogno di indagare il passato per capire il presente lo conosce bene, ha dedicato un e-book: Io non dimentico: brevi storie di mafia e antimafia raccontate alla generazione del ’92.
Un libro nato dall’esigenza forte di non dimenticare, di non metabolizzare la portata degli eventi perché non diventi mai storia da leggere ma resti presente da vivere e da cui prendere esempio: “Quando smetteremo di emozionarci di fronte al ricordo della morte di Falcone e Borsellino – dice Cevoli – quando daremo ad esse la stessa importanza che diamo, per esempio, alla morte di Napoleone, avremo perso. Studiare le date ma non smuovere le coscienze è il primo passo verso la perdita del ricordo”.

Il libro è scaricabile gratuitamente con le formule “Pay with a post” e “Pay with a tweet” dal sito Mafia e antimafia

Noi, figli dell’Ilva.

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Da piccola ero molto spesso a casa di nonna, i miei genitori lavoravano ed io passavo il tempo a giocare in quelle grandi stanze affacciate sul mare di Taranto. Si vedeva tutta la grande rada del golfo da lì: i ‘piroscafi’ e le ‘navi da guerra’, come le chiamava il nonno che fin troppo tempo ci aveva passato sopra; il faro di San Vito e i quartieri che stavano nascendo nelle sue vicinanze, i gabbiani che galleggiavano a pelo d’acqua e a spingere un po’ più in là lo sguardo nelle mattine terse si vedevano anche gli alberi sulle isole Cheradi, per me misteriosissime come la giungla di Salgari.
E quando faceva sera, nella luce rossastra di un sole che annegava dietro i monti della Calabria, si scorgevano le piccole file ordinate di lampare che partivano dalla città vecchia per andare a pescare la notte in mar Grande. Dietro la loro luce incerta, sullo sfondo, l’Italsider. Nonna me lo indicava quasi con orgoglio, ribadendo che fosse “il posto in cui lavoravano papà e lo zio”. Non doveva avere molto chiaro in mente cosa si facesse lì se quando le ho chiesto cosa fabbricassero sotto quelle ciminiere a fasce rosse e bianche lei mi ha risposto: “Le nuvole”. O forse era un modo semplice di non complicare ulteriormente i pensieri di una bambina già fin troppo cassandresca.
Col tempo, poi, ho scoperto che quella stessa risposta sulle nuvole era stata data a tanti altri miei coetanei. Molti di loro con un padre impiegato o operaio di quella che nel frattempo era diventata ILVA, tutti di certo con un parente che trascorreva molto del suo tempo in periferia, nel rione Tamburi, dove il colore predominante è il rosso. Quello di una polvere granulosa soffiata nell’aria dagli sbuffi degli altoforni, che si posa ovunque su guardrail, balconi, cappelle funerarie, abiti stesi ad asciugare. Luccica al sole e, quando piove, tinge e trasforma le pozzanghere in sangue vivo e denso. Entra nei polmoni senza farsi sentire, e li devasta.

Negli anni Ottanta e Novanta facevamo tutti parte di una tribù speciale, noi figli dell’ILVA. All’uscita da scuola il sabato notavi subito il gruppo dei nostri papà che si conoscevano e ci aspettavano assieme, e a volte c’era anche qualche mamma (“Pure le femmine lavorano in fabbrica?”, ci chiedevamo). Avevamo un circolo ricreativo solo per noi sulle colline vicino al mar Piccolo, proprio dietro il luogo in cui producevano le nuvole, dove la domenica ci sfinivamo in gare infinite di altalene, molto difficili da trovare nel resto di Taranto. Non ci siamo mai posti il problema se l’ILVA fosse un gigante buono o cattivo, forse ci siamo anche sentiti privilegiati.  Solo che un giorno abbiamo iniziato a morire.

Prima i fratelli piccoli dei compagni di scuola, troppo frequentemente perché fosse solo un caso. Poi abbiamo imparato a convivere con parole che nei cartoni animati di “Esplorando il corpo umano”, invece, non pronunciavano mai: cancro, nodulo, tumore maligno, enfisema, malato terminale, leucemia, rianimazione. L’età della nostra innocenza è finita così, sbattendo contro il muro di una realtà all’improvviso impossibile da capire e da gestire, e la rassegnazione che coglievamo negli occhi degli adulti ci smarriva ancora di più: ammetteva la colpa latente e nascosta, forse sofferta, di aver sacrificato il destino di una città di pescatori sull’altare della grande industria, che da quelle parti non c’entrava proprio nulla.

E dai volti dei genitori abbiamo compreso presto che anche le dinamiche in azienda stavano cambiando, perché l’arrivo del nuovo padrone aveva sparigliato le carte fino a sopprimere e trasferire al nord interi reparti di produzione e a rinchiudere i lavoratori dissidenti nella cosiddetta “palazzina LAF”, di cui tutti sapevano ma parlavano a mezza bocca.

Sono passati molti anni da allora e la netta maggioranza di noi ha lasciato lo Ionio diciannovenne per andare a studiare in altre città senza più tornare: qualcuno ci ha chiamati delfini erranti, riprendendo l’animale cavalcato dall’eroe greco Taras sullo stemma della città. Mentre si continuava a morire a centinaia ogni anno (vedi le conclusioni della perizia epidemiologica da poco depositata (http://download.repubblica.it/pdf/repubblica-bari/2012/conclusioni.pdf), un’intera generazione è emigrata in cerca di occasioni migliori, facendo mancare il suo sostegno alla lotta contro l’avvelenamento e sulla città ha pesato un silenzio immobile, squarciato solo dalle cronache giudiziarie che hanno coinvolto la quasi totalità degli esponenti delle giunte comunali che si sono susseguite.

Almeno fino al 28 novembre 2009, quando una nuova onda di attivisti consapevoli ha organizzato una grande manifestazione cittadina dando finalmente origine ad un movimento condiviso di attenzione per la tutela delle politiche ambientali (http://www.youtube.com/watch?v=-t1XkBTdwsw&feature=related): ottime intenzioni e programma conditi però da forti polemiche politiche, che hanno finito col compromettere il risultato della lista civica alle recenti elezioni amministrative. Una battuta d’arresto che non fiaccherà il movimento, c’è da crederlo. Si continuerà a chiedere a gran voce salute per i figli e giustizia per chi non c’è più e in prima fila saranno ancora le donne, il cuore pulsante della protesta immortalato nel pluripremiato documentario della regista leccese Valentina D’Amico: “La Svolta. Donne contro l’ILVA”  (http://lasvoltadonnecontroilva.wordpress.com/).

E proprio di una donna e di incredibile speranza sa, infine, la storia della biblioteca del quartiere Tamburi, il più colpito dall’inquinamento. Un’area in cui palazzi sono cresciuti a caso, pedine sparpagliate su una scacchiera in saliscendi che meriterebbero almeno una ripassata di vernice. Non ci sono parchi e giardini perché le piante resisterebbero poco all’assalto dei fumi nocivi, come dimostrano impietosamente i campi di sterpaglie che circondano il quartiere.

Carmen Motolese abita lontano da qui ma per ventidue anni ha insegnato arte in una scuola del rione: ne conosce bene il tessuto e le dinamiche e la sua cattedra è un luogo d’ascolto da cui intercettare disagi e necessità. Lei svela il bagliore di Monet, i suoi allievi raccontano la luce fioca dei lampioni sull’asfalto e le fiamme che si levano di notte dalle ciminiere. Questi ragazzi non hanno posti in cui incontrarsi che non siano le strade. Non ne hanno avuti neppure da piccoli, ché le aree giochi per i bambini, negli anni, sono state costruite e poi distrutte sistematicamente dai vandali.

L’ultima è stata finanziata interamente da alcuni commercianti di zona, perché il Comune non ha i fondi necessari per un’operazione del genere.
A partire dal 2002 Carmen ha bussato alla porta di istituzioni pubbliche, enti locali, professionisti privati, famiglie fino a raccogliere 14.000 volumi e ad ottenere dalla Caritas l’uso di alcuni locali del centro polivalente ‘Giovanni Paolo II’: sono diventati la bibliotecaMarco Motolese”, dedicata al figlio strappato via da un’auto in corsa quindici estati prima.

L’associazione culturale che oggi porta il suo nome promuove il libro e la lettura, la solidarietà e la beneficenza e ogni anno organizza il convegno ‘I Giovani ed il Libro’, elargisce due borse di studio per gli studenti più meritevoli e ha destinato altri 500 libri al reparto di Pediatria dell’Ospedale SS. Annunziata, nel centro storico di Taranto.

Piantiamo semi sul cemento, sì. E fioriranno.

Le foto sono di Vanni Ninni, il manifesto è di Nicola Sammarco.
Questa riflessione non sarebbe stata possibile senza il lavoro di ZeroViolenzaDonne.
A tutti voi, grazie.

«Sono greca e voglio andare a casa»

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«Είμαι Ελληνίδα και θέλω να πάω σπίτι μου»

«Sono greca e voglio andare a casa» | «I’m Greek and I want to go home» |


I Marmi del Partenone fanno parte di una collezione nota come marmi di Elgin, una raccolta di sculture greche in marmo dell’età classica (prodotte per lo più da Fidia e dai suoi allievi), di iscrizioni ed elementi architettonici che originariamente facevano parte del Partenone e di altri edifici sull’Acropoli di Atene.
Thomas Bruce, settimo conte di Elgin, ambasciatore britannico presso l’Impero Ottomano tra il 1799 ed il 1803, ottenne dalle autorità ottomane un permesso (ancora oggi controverso) di rimuovere tali pezzi dall’Acropoli e portarli in Inghilterra.

The Parthenon Marbles, forming a part of the collection known as the Elgin Marbles,  are a collection of classical Greek marble sculptures (mostly by Phidias and his pupils), inscriptions and architectural members that originally were part of the Parthenon and other buildings on the Acropolis of Athens.
Thomas Bruce, 7th Earl of Elgin, the British ambassador to the Ottoman Empire from 1799–1803, obtained a controversial permit from the Ottoman authorities to remove pieces from the Acropolis.

[Keep Talking Greece]